Chat con Andrew Grey – Terzo post

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Ho passato la mia adolescenza lavorando in una fattoria e l’ho usata come ispirazione per quella di Geoff ed Eli nella serie Amore significa…  Ho iniziato a scrivere questa serie partendo dall’ambientazione invece che dai personaggi, solo in seguito ho sviluppato i protagonisti Geoff ed Eli. Una volta cominciato Amore significa… nessuna vergogna, la storia si è praticamente scritta da sola. Andavo a letto tutte le sere sognando una parte della storia, la scrivevo il giorno seguente e poi sognavo la scena successiva. Ho scritto il libro intero in diciannove giorni. Quando ho cominciato a scrivere la serie, non avrei mai immaginato che avrebbe toccato così tante persone.

Il primo libro dal punto di vista cronologico della serie è Amore significa… coraggio, che racconta la storia del padre di Geoff e del compagno Len e potete acquistarlo dal sito di Dreamspinner o dai maggiori rivenditori.. Regaliamo però un’anteprima del terzo libro in via di pubblicazione in italiano, “Amore significa… nessun limite”, la storia di Joey, dal viso deturpato da un incidente, e il musicista Robbie.

“L’Orchestra Sinfonica Nazionale Giovanile arriverà oggi e una delle famiglie ospitanti si è tirata indietro. Ho bisogno di qualcuno che prenda in casa uno dei musicisti e speravo che Geoff ed Eli fossero disposti a farlo.” Mari aveva detto che voleva portare questo gruppo in città l’ultima volta che era stata da loro. Sembrava che avesse chiesto molti favori e usato tutta la sua influenza per includere nel loro tour l’area di Ludington. Joey sapeva che non poteva rovinare tutto per una cosa del genere. “Ho già due ragazze in casa con me o prenderei anche lui.”

“Aspetta un minuto. Chiedo a Eli e ti faccio sapere.” Joey appoggiò il telefono e riferì il messaggio a Eli, che stava pulendo il pavimento.

Alzò a malapena lo sguardo. “Certo che sì! Preparerò una stanza per lui. Chiedile quando dobbiamo andare a prenderlo.” Joey tornò in fretta al telefono.

Mari era felicissima e sollevata. “Il loro autobus arriverà alla scuola superiore tra quindici minuti. Chiamerò il coordinatore dell’Orchestra per assicurarmi che qualcuno aspetti finché non arrivate. Ringrazia Eli.” Chiuse la chiamata e Joey riferì il messaggio.

“Puoi andare a prenderlo tu, per favore? Devo finire di pulire e Geoff non è ancora tornato.” Eli si alzò dal pavimento. “Lo so come ti senti e non te lo chiederei se…”

Joey sentì lo stomaco rivoltarsi ma cercò di ignorarlo più che poteva. Era in debito con Eli e Geoff per molte cose. Non aveva intenzione di lasciare che le proprie insicurezze si mettessero in mezzo. “Non c’è problema.” Indossò di nuovo gli stivali e uscì.

Entrò in macchina, uscì dal vialetto e si diresse verso la città. Odiava farlo ma odiava di più come si sentiva. Tira fuori le palle. Cercò di prepararsi psicologicamente, però tutto quello che immaginava era la reazione di un ragazzo che vedeva la sua faccia: un ragazzino altezzoso, ricco e proveniente da una buona famiglia che gli aveva dato tutto, che gli dava un’occhiata per poi distogliere lo sguardo, disgustato. “È meglio che ti abitui perché le cose rimarranno così per molto tempo,” si disse mentre guidava per le strade di campagna contornate da campi appena piantati.

Quando si avvicinò alla periferia della città, rallentò e arrivò alla scuola superiore, entrando nel lungo parcheggio rotondo. Si aspettava un sacco di persone, ma tutto quello che poteva vedere era un autobus e una donna in piedi accanto a un ragazzo che teneva in mano quella che sembrava essere la custodia di un violino. Parcheggiando dietro all’autobus, fermò la macchina e scese. La donna fece un passo avanti e Joey fu sorpreso di non vedere nessun segno della solita compassione sulla sua faccia. Si chiese quasi perché.

“Sei qui per Robert Edward?” La donna sembrò sollevata e lanciò un’occhiata all’unica altra macchina presente nel parcheggio. Due ragazze stavano parlando tra di loro accanto all’auto. Era ovvio che lo avesse aspettato prima di portarle a casa.

“Sì, credo di sì. Mari non mi ha detto il suo nome. Mi ha solo detto che dovevo venire qui a prendere un ragazzo.” Joey si pulì le mani sui pantaloni prima di girarsi verso il giovane in piedi accanto a lei. “Mi dispiace di essere arrivato in ritardo. Sono Joey Sutherland.”

“Robert Edward Jameson, ma tutti mi chiamano Robbie.” Offrì la sua mano e Joey la strinse, guardando nei suoi occhi grandi e celesti. Notò anche che Robbie gli aveva sorriso senza un minimo di compassione o di curiosità. Joey sentì un po’ del suo nervosismo sparire, svanire.

“Dobbiamo caricare il tuo bagaglio in macchina.” Joey aprì il portabagagli e prese una valigia grande, mettendola dentro. Notò che Robbie non si era mosso e non si era offerto di aiutarlo. Scuotendo la testa, prese la seconda valigia e la caricò borbottando tra sé: “Cosa crede, che io sia il suo servo?” Chiuse il portabagagli sbattendolo e tornò indietro dove Robbie sembrava aspettarlo.

“Se siete a posto, io vado. Ci vediamo domani alle prove dell’orchestra, alle nove in punto.” La donna toccò la spalla di Robbie e si avviò verso la sua macchina.

Robbie la chiamò. “Grazie per il suo aiuto, signora Peters.” Joey notò l’accento del sud di Robbie e sorrise. Il ragazzo era carino e sembrava adorabile. Peccato che fosse troppo pieno di sé per caricare il proprio bagaglio. Probabilmente si aspettava che, una volta arrivati, Joey gli portasse le valigie in camera e le disfacesse.

“Non c’è problema, tesoro. Divertiti.” La voce si fece distante mentre si avvicinava alla propria auto.

“Dobbiamo andare, Eli avrà la cena quasi pronta.” Joey camminò verso il lato del guidatore e aprì lo sportello, aspettando che Robbie facesse lo stesso. Quando l’altro non si mosse, Joey si diresse verso il lato del passeggero e aprì la portiera. “Non sono neanche un autista.”

“Lo so, ma avrei bisogno di una mano se non ti dispiace.” Robbie gli passò il suo violino. “Per favore, puoi metterlo sul sedile posteriore?” Joey fece come gli era stato chiesto, domandandosi perché l’altro non potesse arrangiarsi. Poi aspettò e osservò Robbie tirare fuori da una tasca nella giacca qualcosa che sembrava un bastone bianco piegato. Con un piccolo colpo del polso si trasformò in un lungo bastone da passeggio bianco. Joey sbatté gli occhi due volte. Porca merda! Robbie era cieco.

Joey si sentì particolarmente stupido e privo di tatto, ma come avrebbe potuto saperlo? Quegli occhi sembravano così grandi e vivaci. “Dammi qui, lascia che ti accompagni alla portiera.” Joey toccò gentilmente il braccio di Robbie. “Scendi dal marciapiede, la macchina è esattamente davanti a te.” Robbie picchiettò il bastone per terra mentre l’altra mano toccava prima la portiera, poi la carrozzeria e infine il sedile. “Esatto. Il sedile è proprio davanti a te.” Una volta capito dove si trovava, si sedette facilmente in macchina, chiuse la portiera e ripiegò il bastone mettendoselo in grembo.

Anche Joey entrò e partì, uscendo dal parcheggio verso la strada. Non sapeva cosa dire, si sentiva un idiota. Come poteva sapere che Robbie era cieco? Ma quello che aveva detto era scortese, indipendentemente dal fatto che fosse cieco o no. Almeno ora sapeva perché Robbie non aveva avuto alcuna reazione alle cicatrici sul suo volto. “Scusa.”

Robbie girò la testa verso il suono della voce di Joey: “Perché ti scusi?” Sorrise e la sua faccia si illuminò. Dio, era adorabile e non era solo il suo accento. L’uomo era, senza alcun dubbio, carino. “Non lo sapevi e mi sarei arrabbiato anch’io se qualcuno mi avesse fatto caricare delle borse nel bagagliaio senza aiutare.” Il sorriso si allargò. “In realtà ti sono grato.”

Joey non capiva. “Per cosa?”

“Perché mi hai trattato come tutti gli altri.”

Joey curvò un po’ bruscamente e Robbie si sporse verso di lui. Ci volle qualche secondo perché riprendesse l’equilibro. Joey si accorse di quello che era successo e rallentò.

“Molte persone mi trattano in maniera diversa perché sono cieco, ma tu mi hai trattato come una persona normale.”

“Beh, di sicuro non avrai un trattamento di favore alla fattoria.” Joey gli sorrise anche se Robbie non poteva vederlo. “Tutti lavorano duramente e non ci sarà nessuno che potrà stare con te tutto il giorno. Passerei del tempo da solo.”

“Una fattoria?” Cavolo, il sorriso di Robbie, se fosse stato possibile, si allargò di più. “Stiamo andando in una fattoria, una vera fattoria con cavalli, mucche e simili?”

“Beh, sì. La fattoria Laughton è una delle più grandi aziende della contea. Abbiamo quasi tremila acri, con millecinque cento capi tra bestiame e cavalli.” Joey continuò a raccontargli della fattoria, della scuderia e dei cani. “Geoff e il suo partner Eli la gestiscono insieme.”

Robbie apparve confuso per un secondo. “Partner nel senso di partner in affari?”

“No,” lo corresse Joey, “partner nel senso di compagno nella vita.”

“Oh.”

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6 pensieri su “Chat con Andrew Grey – Terzo post”

  1. Adoro la storia di geoff ed Eli…ho letto questo libro 3 volte!!! Vorrei fare i complimenti ad Andrew Grey è il mio autore preferito…..le sue storie mi affascinano sempre!!!!

  2. ODDIO è quel Joey? Il bimbetto che aiutava al ranch per pagarsi le lezioni di equitazione? Muoio …. esce domani vero? (Li minaccia con le cesoie) 😛

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