Così sia – Un racconto omaggio di Amy Lane – Seguito di Lo spogliatoio

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Amy Lane ci regala la traduzione di un racconto, seguito di Lo spogliatoio.

Attenzione, contiene spoiler, quindi leggetelo dopo aver letto il libro!

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“Dai, Xan, se vuoi che andiamo a fare due passi prima che arrivino gli ospiti, dobbiamo muoverci adesso!”

Xander gemette e si seppellì sotto le coperte. Un tizio altro due metri e cinque avrebbe dovuto sapere che era impossibile nascondersi, ma c’erano molti rimasugli della sua infanzia merdosa che Xander non riusciva a lasciarsi alle spalle.

La notte precedente aveva avuto uno dei peggiori incubi da un po’ di tempo a quella parte.

La notte prima, Xan aveva urlato il suo nome –  non come se fosse Chris quello in difficoltà e Xan dovesse aiutarlo, come era accaduto nei primi terribili e dolorosi giorni del suo ritorno a casa – ma come se Xander si fosse perso e avesse bisogno che Chris lo trovasse.

Chris amava Xander da diciassette anni – da quando ne avevano entrambi quattordici – e col tempo diventava sempre più difficile svegliarsi, il cuore martellante, le gambe doloranti, cercando di calmare il suo uomo con un tocco sulla schiena bagnata e un bacio sulla tempia.

“Dai, Xan,” insistette Chris, obbligandosi a infondere una nota felice nella voce. Ne avevano bisogno entrambi. “Vengono tutti da noi oggi. È il Ringraziamento, te lo ricordi?”

Xander rotolò sulla schiena e mugolò. Il suo viso era lungo, bello per via di quegli zigomi slavi, gli occhi grigio-blu e le labbra sottili, spesso imbronciate. Chris era l’unica persona al mondo ad averlo visto arruffato e delizioso, mentre si stirava come un vecchio cane, incrociando le gambe all’altezza dei fianchi prima di portare quel suo lungo corpo fuori dal letto, assicurandosi di non essersi stirato troppo la schiena durante l’allenamento del giorno precedente. Tutto di lui – le lunghe gambe, le braccia quasi sgraziate, il petto incredibilmente ampio – faceva desiderare a Chris di toccarlo. Avevano avuto il permesso di fare l’amore solo nell’ultimo anno, e ogni mattina che Chris si svegliava, faceva mente locale per controllare se avessero recuperato un po’ del tempo che avevano perso.

La notte precedente Xander si era addormentato appoggiato ai cuscini, mentre guardava una commedia romantica dopo aver passato quattro ore a correre e a nuotare in piscina. Di solito si allenavano uno accanto all’altro, ma Penny e il suo ragazzo (rispettivamente sua sorella e il suo vecchio infermiere) li avevano raggiunti per i due giorni del Ringraziamento e Chris aveva approfittato di quel tempo per esercitarsi insieme a lei e aggiornarsi sulle ultime novità. Xander, invece, ne aveva approfittato per scappare.

Chris gli aveva fatto promettere che avrebbero trascorso la mattina passeggiando e Xander avrebbe dato a Chris qualsiasi cosa, glielo aveva già dimostrato. Percorrere il sentiero che serpeggiava tra i cardi stellati e i forasacchi, elementi tipici della zona di Folsom fuori dai giardini curati, era una delle sue attività preferite.

Di solito.

“È il Ringraziamento,” biascicò Xander, a metà di uno stiramento che lo fece inarcare sul letto. “Rinfrescami la memoria, perché ci dobbiamo svegliare presto anche oggi?”

“Per poter parlare a mio marito prima che arrivino le orde affamate?” chiese Chris, e nonostante avesse cercato una nota leggera, Xan lo guardò con durezza.

“Stai bene?”

“Da Dio.” Non avrebbe mai più camminato senza sentire dolore, ma riuscire a camminare rendeva il dolore irrilevante. “Voglio parlare di te.”

“Portati un libro,” disse Xander inarcando un sopracciglio corvino. “Sarà una conversazione breve.”

“Ha ha. Alzati prima che Max faccia i suoi bisogni.”

Max, il più gassoso tra i loro due Labrador, alzò interrogativamente un sopracciglio dalla grossa cuccia imbottita ai piedi del loro letto. Era una storia poco convincente, e lo sapeva persino lui.

“Christian?” chiese Xander, preoccupato.

“Dobbiamo parlare,” ripeté Chris, poi si sarebbe preso volentieri a calci da solo, se avesse avuto abbastanza forza nelle gambe storpie. Se aveva pensato che la notte prima Xander fosse terrorizzato, vulnerabile e scosso, quello che vide sul suo volto in quel momento non era nemmeno paragonabile. “No! Non ti lascio. Non ti lascerò mai. Ora, per piacere, dimentichiamoci della fine del mondo e ricominciamo da capo, ok?”

“Okay, okay,” brontolò Xander, fingendo indifferenza, come se non gli fossero passati davanti agli occhi l’inizio e la fine della sua intera esistenza. “Mi metto la tuta e mi lavo i denti.” Chris lo conosceva bene, sapeva che stava cercando solamente di riprendere il controllo. Era diventato un maestro nel farlo  durante l’ultimo anno e mezzo.

Era però arrivato il momento che fosse Chris a riprendere il controllo di qualcosa: la propria vita.

Non ebbe bisogno del bastone per percorrere i pochi passi fino al bagno, ma fu abbastanza lento da permettere a Xan di fare pipì e lavarsi i denti prima di raggiungerlo.

Con naturalezza, Chris gli si appoggiò contro, strofinando la barba sulla sua schiena e maledicendo la T-shirt che lo disturbava.

“Ciao,” disse Xan gentilmente, afferrandogli le mani quando lui gli avvolse le braccia intorno alla vita.

“Ciao.”

“Di cosa dovremmo parlare? Solo perché così, be’, sai, non mi preoccupo troppo.”

Chris sospirò, inspirando l’odore di sapone e quello di sudore della notte appena trascorsa. “Fuori,” disse a denti stretti. “Andiamo fuori e ci facciamo la doccia quando rientriamo.”

“Perché fuori?” chiese Xander sospettoso.

“Così puoi urlare.”

“Io non urlo.”

“No, ma agiti le mani quando parli e sei due metri e cinque. Hai l’apertura di un condor. Dai, muoviti.”

“Lo farei ma c’è un omaccione appiccicato a me.”

Chris gli strofinò di nuovo la guancia contro la schiena. “È stato uno di quelli brutti la notte scorsa, vero?”

Xander grugnì. I mostri spaventosi si erano ripresentati in tutta la loro forza solo dopo che Xan era stato escluso dai playoff. All’inizio, sostenuti dall’adrenalina e dal senso di libertà per essersi dichiarati, dalla possibilità di vivere le loro vite e non quelle che il pubblico voleva vedere, Chris aveva pensato che gli incubi, che avevano perseguitato Xander anche quando era un ragazzino disincantato, fossero giunti al capolinea.

Era stato un raggio di luce in un periodo davvero buio.

Ma i playoff erano passati senza incubi, la riabilitazione di Chris era progredita, la stagione di allenamento era iniziata e finita senza traccia di brutti sogni, e Xander, per la prima volta in vita sua, non aveva avuto un posto dove andare in estate.

Erano, però, tornati a peggiorare nell’ultimo anno.

“Non vado dallo strizzacervelli,” grugnì Xan.

“Ovvio, perché sarebbe una decisione salutare.” Chris fece un profondo respiro e restò in piedi da solo. “Dai, è ora di lasciar liberi i cani.”

Al piano di sotto, Penny, Audrey e Mandy stavano aiutando Lucia a cucinare.

I genitori di Chris assistevano in disparte allo spettacolo: Lucia aveva portato il nipote già grandicello ad aiutarla e le ragazze, seppur ben intenzionate, stavano tra i piedi degli esperti.

“Già tutti svegli?” si stupì Xander.

“Sì,” commentò caustica Penny. “A quanto pare, per alzarsi presto e mettere un tacchino in forno ci vogliono sette persone.”

Lucia grugnì. “Solo se vuoi un cattivo tacchino,” disse soffiandosi il naso. “Ragazze, uscite dalla mia cucina. Via! Se volete fare qualcosa, andate a preparare la tavola per i vostri cinquecento ospiti. Ho del lavoro da fare.”

“Ma Lucia, volevo fare colazione!” protestò Audrey, con le guance paffute sollevate in un sorriso accattivante.

Lucia adorava quelle ingenue randagie che Xander aveva radunato quando Chris giocava a Denver. E adorava Penny. “Sì, okay. Fuori dalla mia cucina, però, e Jorge vi farà dei burrito che vi riempiranno fino a cena. Sciò!”

Mandy grugnì, afferrò una scatola di cracker dalla dispensa prima che Lucia potesse fermarla e fuggì. Ballava ancora per i Kings, quindi non faceva esattamente colazione.

Penny era ancora robusta e aggraziata, con fianchi larghi e un regime di esercizi pazzesco. Rubò qualche cracker e Chris non dubitava che avrebbe mangiato un burrito appena ne avesse avuta la possibilità.

Bene, ci sarebbero stati la colazione e il caffè ad attenderli al loro rientro. Non avrebbe potuto chiedere di meglio.

Stringendo la presa sul suo bastone con una mano e sul ragazzo che amava da sempre con l’altra, se lo tirò dietro nell’alba fredda e nebbiosa.

“Torniamo tra mezz’ora!” gridò, poi trascinò Xan sul sentiero.

Qualche tempo prima che Chris tornasse a camminare, Xan aveva fatto stendere sul loro sentiero preferito una striscia di cemento liscio. Non aveva mai cercato di accentuare l’aspetto selvaggio di quella parte della proprietà per paura dei serpenti e cose del genere; a loro piaceva che non fosse uno dei soliti giardini costruiti a tavolino o con un prato, ma camminare sul sentiero dissestato sarebbe stata dura per Chris, così aveva eliminato quell’ostacolo.

Il percorso era così diventato liscio e regolare e Chris riusciva a completarlo in circa mezz’ora.

Era qualcosa che entrambi trovavano confortante, quella camminata mattutina. La loro attività fisica non si riduceva assolutamente a quello, ma era il loro modo per cominciare la giornata assieme, indipendentemente da quello che li teneva distanti.

“Allora, che c’è?” chiese Xan dopo aver tirato un paio di volte la palla ai cani. A Chris piaceva vederlo rilassarsi in quel modo con loro: l’accettazione incondizionata era davvero importante per Xander Karcek e la trovava solo in pochi posti.

“Io, ehm…” Dio. “Credo che dovresti tornare.”

Xander piegò quel corpo fantastico sulle gambe e tirò la palla almeno cinquanta metri avanti. La sua forza glielo permetteva.

“A casa? Ma se siamo appena usciti! Ed è stata un’idea tua, ricordi?”

“No, scemo. Tornare a giocare.”

Chris, incapace di afferrargli il braccio e intervenire, osservò uno dei migliori atleti del paese inciampare sui propri piedi, rotolare sul sentiero di cemento e poi rialzarsi sorpreso con un balzo.

“Ridillo,” gli chiese Xander, come se non fosse successo nulla.

“Che è successo!?”

“Non me ne frega un cazzo di cosa è successo. Cos’hai detto?”

“Mi hai sentito, bambinone, ora rispondimi, su!”

Xander cominciò ad agitare le braccia e Chris ringraziò che si trovassero all’aperto.

“Avevamo un piano, Christian!”

“Lo so.”

“Il progetto giovanile, ricordi? Il campo sportivo per i ragazzini poveri della città, era un’idea tua!”

“Voglio che lo facciamo ancora ma…”

“E il negozio aperto in estate? A Monterey? Potevamo andare a insegnare a volare col deltaplano? Te lo ricordi?”

“Anche quella una mia idea!” ribatté Chris esasperato.

“Ma avevamo un piano!” lo contraddisse Xander. “Perché vuoi mandarlo a puttane per…”

“Perché adesso puoi.”

Xander fece un respiro profondo, poi – e fu ancora peggio di inciampare, agitarsi e protestare – successe quello che Chris temeva di più.

La sua espressione divenne impenetrabile.

“Quel capitolo è chiuso,” sentenziò. Chris lo amava, lo amava più della vita stessa, ma moriva dalla voglia di schiaffeggiarlo.

“È quello di cui ti sei convinto quando ti hanno detto che non potevi farlo,” protestò Chris, irrigidendosi. Non litigavano. Oddio, non bisticciavano mai, ma a volte avrebbero dovuto farlo. Forse tutte le stronzate, tutto il dolore che avevano affrontato da giovani, dipendevano dal non aver mai combattuto per le cose che amavano di più.

O perché Chris non aveva lottato per Xan.

Xan era stato quello che aveva detto basta alla “terza partita in casa del mese”, quel rapporto squallido e mortificante con una ragazza solo per convincere tutti che no, non erano gay, ma solo amici.

Xan era stato quello che li aveva fatti uscire allo scoperto sulla televisione nazionale e aveva sfidato il mondo ad avere qualcosa da ridire.

E Xan era stato quello che aveva ricevuto la telefonata, quella che gli diceva che, sì, aveva fatto una scelta. Aveva scelto Chris.

E quindi non poteva giocare a basket.

Xan aveva scelto Chris, lo aveva reso la sua ragione di vita, e Chris sapeva che non sarebbe mai riuscito a camminare se Xan non lo avesse scelto.

Maledizione. Era ora di combattere per Xander, anche se significava lottare contro Xan stesso.

“Be’, adesso non posso!” proruppe Xan. Sembrava ferito. “Non gioco da due anni!”

“Ok, ma sei in forma fantastica, anche migliore di quando te ne sei andato, perché adesso mangi da adulto e non da ragazzino. Wallick se ne è andato e la commissione ti ha proposto un accordo perché lui era uno stronzo e la gente sta facendo coming out ovunque negli sport…”

“E vedi quanto ha fatto bene a Michael Samms, non è vero?” commentò Xander amaramente.

“Con te non hanno scuse,” sibilò Chris. “Perché tu non stai iniziando e non possono dire che sei un azzardo. Ti hanno mollato e hanno perso i playoff, Xander, nessuno potrebbe mai negarlo. E hanno fatto pietà da…”

“Chi lascia il basket per due anni? Chi si ritira dallo sport e torna…”

“Uno me ne viene in mente,” disse Chris sogghignando, ma Xander era troppo ferito per unirsi a lui.

Incrociò le braccia, lassù, nel punto più alto del loro panorama su quello stagno che era il Lake Folsom, e guardò, in lontananza, le distese piatte che conducevano all’acqua.

“MJ è un dio,” disse solennemente. “Credo che abbiamo stabilito che io non lo sono. Forza, rientriamo.”

Chris sospirò, ma gli facevano male le anche e la schiena, un segnale che aveva esagerato per farsi bello davanti a Penny. La prima volta che erano andati a camminare lì, Xander aveva dovuto portarlo indietro di peso e lui aveva preso antidolorifici per tre giorni. Chris non voleva che si ripetesse.

Tornarono in silenzio, due figure amare in un giorno pungente, o almeno così la vedeva Chris. Ma quando arrivarono all’ultima svolta, Xander gli afferrò una mano e gli sfiorò le nocche con le labbra.

“Ho scelto te,” disse roco.

Chris si sporse verso di lui e disse l’ovvio. “Non avresti dovuto essere costretto a scegliere.”

In quel momento, comparvero diverse macchinate di gente: Cliff, Alicia e la loro bambina, altri due giocatori dei Nuggets, e poi ancora tre giocatori dei Kings che Xander aveva invitato. E nella limousine doveva esserci Leo.

Archiviata la discussione e restaurata la pace, era il momento di salutare i loro amici e darsi una ripulita. La buona notizia era che sapevano chi erano i loro amici, perché erano quelli che rimanevano sempre.

***

Dopo il tacchino, prima del dolce. Metà della famiglia era dentro a guardare la partita di football, ma l’altra metà?

Era fuori a fare una partita improvvisata, perché respiravano basket e nient’altro.

Chris guardò Xander, il volto aperto alla gioia, prendere un passaggio dal padre di Chris (che veniva trattato con assurda gentilezza essendo un non-atleta di mezza età) e poi alzare il livello. Si girò, saltò, serpeggiò per quella metà regolamentare di campo e, alla fine, infilò la palla nel canestro con quella che poteva solo essere definita felicità.

Senza aspettare e accettare le lodi dei colleghi, attraversò trottando il campo, diede il cinque al padre di Chris e si mise in posizione per l’azione successiva.

“È ancora meraviglioso,” sussurrò Leo, seduto composto con in grembo il piattino della cheesecake alla zucca di Lucia.

“Sì,” confermò Chris. Stava pensando a quando avevano fatto l’amore due notti prima. Dopo aver aspettato tanto il permesso, quando ora stavano insieme c’era tenerezza, c’era ferocia nell’espressione di Xander. Voleva che ogni tocco, ogni sospiro, fosse importante, per entrambi.

“Cos’ha detto?” domandò Leo, la voce gentile.

“Non importa,” gli rispose Chris, con gli occhi incollati a Xander che faceva un salto impossibile. Sul divanetto, Leo trattenne il respiro, rispondendo tacitamente alla sua domanda, e cioè se Xander Karcek fosse ancora abbastanza dio da poter tornare a giocare dopo due anni.

“Perché no?”

“Perché quando vale la pena combattere, noi vinciamo sempre.”

Xander fece un altro canestro ed esultò.

Poi corse indietro per ricominciare.

Quando Chris aveva giocato, aveva imparato tutte le mosse migliori del ragazzo che amava. Pensava che non fosse tanto diverso ora. Xander gli aveva mostrato come combattere, e Chris avrebbe sfruttato quella conoscenza.

Vicino a lui, Leo mormorò “Così sia”. Chris sapeva che non stava parlando della torta.

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Grace

Copyright 2014 @Amy Lane.

Il racconto originale si trova sul blog: 
https://amberkell.wordpress.com/2014/11/05/welcome-birthday-guest-amy-lane/

Traduzione italiana: Così sia

Copyright 2015 @Amy Lane

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La riproduzione non è permessa senza il consenso dell’autrice. Tutti i diritti riservati.

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2 pensieri su “Così sia – Un racconto omaggio di Amy Lane – Seguito di Lo spogliatoio”

  1. Splendido libro, toccante, emozionante coinvolgente. Nella miglior tradizione della Lane. Grazie anche per questo racconto che qualche rassicurazione sul futuro dei nostri due fantastici Xander e Chris ce le ha date. Peccato lasciarli questi personaggi splendidi, confusi, puri ed integerrimi. Grazie Amy Lane, grazie DSP per averlo tradotto.

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