Ciao Eric!

ericarvin

Oggi Eric Arvin è partito per un nuovo viaggio, forse in uno dei mondi che ci ha descritto nel bellissimo Risvegliarsi in uno strano posto, un vero testamento artistico e spirituale. Eric era uno scrittore ironico, fantasioso e dall’incredibile talento. Ha combattuto contro la sua malattia come un leone, continuando a regalarci il suo bellissimo sorriso.

 

Siamo vicini alla sua famiglia. Se volete inviare una cartolina alla mamma di Eric in suo ricordo, potete scrivere a:

Patricia Arvin, PO Box 194, Hanover, IN 47243

 

Noi vogliamo ricordarlo con le sue parole, che non ci abbandoneranno mai:

 

Mentre i palloni proseguivano lungo l’autostrada celeste, Joe riuscì a vedere qualcosa apparire sulle nubi, una destinazione forse. Alla prima occhiata, c’era solo un piccolo accenno. Era impossibile sapere esattamente cosa fosse. Ma, mentre la mongolfiera si avvicinava sempre di più, gli occhi di Joe riuscirono a distinguere i dettagli del posto. Era un’altra città. Questa città era molto articolata, aveva campanili e cupole proprio in mezzo alle nuvole. In realtà, le nuvole erano le basi delle architetture che brillavano di argento e vetro. Gli edifici scintillavano e brillavano con riflessi splendenti di luce che rimbalzavano continuamente, senza fine, da una guglia di vetro a un’altra. L’effetto era simile allo scintillare della luce rifratta dai prismi.

I palloni smistavano le persone in altri palloni in un flusso continuo, come se fossero pellegrini a una sorta di Mecca. La luminosità del rivestimento colorato delle mongolfiere, in contrasto con le tinte blu scuro e arancione del cielo, creava una favolosa ricchezza di colori all’interno della città di vetro e d’argento.

Le mongolfiere luminose non erano l’unica forma di trasporto. C’erano anche grandi barche con vele enormi che scivolavano sopra le nuvole rosa, separandole come onde impetuose. C’erano anche barche più piccole, golette e skiff e canoe, alcune delle quali portavano solo uno o due passeggeri. E ogni tanto, un barcaiolo gettava una rete scintillante sul mare fatto di nuvole, come se volesse catturare un grande bottino.

Sulle banchine luccicanti sedevano uomini, donne e bambini con lunghe canne da pesca di cristallo, gli ami affondati nella morbidezza del cotone. Cosa stavano pescando? Che bontà misteriosa esisteva tra le nuvole? Tra quei vapori? E il peso di quelle catture, qualunque cosa fossero, non avrebbe spezzato la canna di cristallo in due?

Il pallone di Joe scivolò in mezzo a quell’attività, gettando la sua corpulenza ombrosa sopra la facciata vitrea della metropoli. Cittadini e visitatori camminavano lungo le trafficate strade d’argento. Arcobaleni e prismi danzavano intorno a loro.

Poi Joe notò un’altra stranezza mentre la mongolfiera si stabiliva sopra il cuore della città. Giù, sui gradini scintillanti di una grande e bella struttura accademica, i cittadini erano seduti in piccoli gruppi e leggevano dei libri, come se si trattasse di una biblioteca pubblica. Un fiume di persone entrava e usciva dalla massiccia porta del palazzo, ognuno di loro con uno o più libri in mano. E sopra la cupola d’argento, la più grande di tutta la città, galleggiavano parole. Le parole formavano lettere e frasi, persino interi paragrafi. Erano un po’ trasparenti, eppure erano lì, nuotavano nell’aria a fianco del pallone. Manifestazioni fisiche di frasi che procedevano alla deriva verso l’alto, spingendosi più su nell’atmosfera di quanto una mongolfiera potesse osare. Alcune erano magre e asciutte, di bell’aspetto, mentre altre erano grassocce e piene. C’erano parole antiche, definizioni e geroglifici, e copioni, canzoni e linguaggi non ancora scoperti. Volteggiavano in delicate spirali verso l’alto. Si sarebbe potuto leggere un intero libro o una lettera d’amore o un manuale di formazione, rimanendo nella stessa posizione abbastanza a lungo. Sembrava che le parole di ogni testo scritto fossero lì a ballare attorno al pallone.

“Che diavolo è questo?” mormorò Baker, scacciando una frase come se fosse un’ape fastidiosa o una zanzara. Le lettere si dispersero, ma continuarono a salire ugualmente. Una O maiuscola s’infilò nel suo dito anulare, e lui la scosse via freneticamente.

“È la città del Pensiero,” disse la loro aeronauta, ancora con lo sguardo fisso davanti a lei, ancora impegnata nel suo lavoro. “Fate attenzione ai vostri pensieri qui. Non sono solo vostri. Una volta che li avete pensati, appartengono a tutti. Qualcuno probabilmente li leggerà e li scriverà per i posteri.”

“Cosa stanno facendo laggiù?” chiese Joe, sbirciando oltre il bordo, ancora interessato alle imbarcazioni a vela e ai pescatori. “Cosa stanno pescando tra le nuvole?”

“Sogni. Idee. Pensieri. È quello che fanno. I pensieri, dopotutto, devono venire da qualche parte.” Lo disse con indifferenza, come una guida annoiata.

“Vengono da qui? I sogni vengono da qui? Dalle nuvole?”

La grande rete d’argento che aveva visto gettare, ora veniva tirata su dalle nuvole. Conteneva una massa guizzante di bianca sofficità. Era quello l’aspetto dei pensieri?

“Vengono da tutto il mondo. Scivolano dentro di noi dal cielo. Piovono con un acquazzone estivo o la prima nevicata d’inverno. Penetrano attraverso le nostre orecchie e affondano nella nostra pelle.”

Eric Arvin – Risvegliarsi in uno strano posto

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3 pensieri su “Ciao Eric!”

  1. Caro Eric,
    apprendo con grande rammarico che la tua lotta é finita.
    Grazie per quello che ci hai lasciato.
    attraverso i tuoi scritti resti lo stesso con noi, ogni volta che ognuno di noi sfoglierà le tue bellissime pagine.
    Buon Viaggio Eric

    p.s. grazie a Dreamspinner per averci dato questa triste notizia, ma molto apprezzata.

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